AAA, garante dell’euro cercasi
Dimezzato il direttorio franco-tedesco e declassato il Fondo europeo salva stati, non c’è tregua borsistica che tenga: la crisi europea, vista dai mercati, è sempre più sistemica e sempre meno legata ai problemi dei singoli paesi. Non a caso, dopo gli ultimi fendenti delle agenzie di rating, aumentano le pressioni degli stati dell’Eurozona per un intervento deciso della Banca centrale europea. L’Istituto centrale presieduto da Mario Draghiè forse l’unica istituzione con la potenza di fuoco necessaria ad abbassare il costo del rifinanziamento del debito pubblico.
7 AGO 20

Dimezzato il direttorio franco-tedesco e declassato il Fondo europeo salva stati, non c’è tregua borsistica che tenga: la crisi europea, vista dai mercati, è sempre più sistemica e sempre meno legata ai problemi dei singoli paesi. Non a caso, dopo gli ultimi fendenti delle agenzie di rating, aumentano le pressioni degli stati dell’Eurozona per un intervento deciso della Banca centrale europea. L’Istituto centrale presieduto da Mario Draghi – è il ragionamento di un numero crescente di cancellerie nell’Eurozona – è forse l’unica istituzione con la potenza di fuoco necessaria ad abbassare il costo del rifinanziamento del debito pubblico. E a Francoforte la pressione internazionale si comincia a sentire; ieri anche il rigorista Ewald Nowotny, governatore della Banca centrale austriaca e membro del direttorio della Bce, ha aperto a una politica più espansiva: “Stiamo per discutere possibili alternative – ha detto pur precisando di non essere favorevole all’acquisto di bond statali – Si tratta di una discussione che copre tutto lo spettro della politica monetaria”.
D’altronde i rendimenti dei titoli italiani sono rimasti in queste settimane a livelli insostenibili – ieri lo spread tra Btp e Bund tedeschi ha chiuso a 470 punti – al di là delle manovre correttive dei conti pubblici che si succedono, al punto che Mario Monti, intervistato dal Financial Times, ha chiesto a Bruxelles e a Berlino di fare di più. E la risposta all’appello di Monti potrebbe arrivare proprio dalla Bce, secondo un’analisi di Bnp Paribas. Spiega Paul Mortimer-Lee, capo dell’analisi economica dell’istituto francese, che per affrontare la crisi del debito italiano un intervento più ampio da parte di Mario Draghi potrebbe oggi incontrare “minori resistenze”, risparmiando tra l’altro insidiosi dibattiti nel Bundestag tedesco sull’ipotesi Eurobond. “Forse ci vorrà un’ondata di nuove tensioni nei mercati, ma il risultato più probabile potrebbe essere quello di avere acquisti di bond più massicci o un ‘quantitative easing’, un allentamento quantitativo sul modello della Fed, magari nel secondo trimestre”. Addirittura Monti, ipotizza il report di Bnp, potrebbe già essersi rivolto direttamente a Draghi per sollecitarlo su questo punto.
Non che finora Francoforte non abbia fatto nulla per il nostro paese: ieri infatti Maria Cannata, direttore generale del debito pubblico del ministero dell’Economia, ha spiegato che la Bce ha acquistato finora “un quantitativo cospicuo” di titoli di tutta l’Eurozona. La stessa Banca d’Italia però, pur riconoscendo nel suo Bollettino pubblicato ieri che “sulle scadenze più brevi i premi per il rischio sui titoli di stato sono fortemente diminuiti nelle ultime settimane, dopo l’avvio delle operazioni di rifinanziamento a tre anni da parte della Bce”, ha ricordato che in generale “i differenziali di rendimento dei titoli di stato dell’area dell’euro rispetto al Bund tedesco hanno raggiunto nuovi massimi, dall’introduzione dell’euro, in Grecia, Portogallo, Italia, Spagna, Belgio e Francia, nonostante gli ingenti acquisti di titoli di stato effettuati dalla Bce nell’ambito del Securities Markets Programme”. Per questo anche un economista molto ascoltato a Bruxelles come il francese Jean Pisani-Ferry, in uno studio pubblicato in queste ore dal Bruegel Institute, insiste sulla necessità di trasformare la Bce in un autentico prestatore di ultima istanza. Pisani-Ferry fa esplicito riferimento a un accordo vigente tra Fed e Tesoro statunitense, in base al quale tra gli obiettivi della Banca centrale ci sarebbe anche quello di mantenere stabili gli interessi da pagare sul debito governativo. Le restrizioni imposte da Berlino alla Bce l’hanno resa una “Banca centrale molto speciale”. Ma ora i mercati chiedono un po’ di sana normalità.
D’altronde i rendimenti dei titoli italiani sono rimasti in queste settimane a livelli insostenibili – ieri lo spread tra Btp e Bund tedeschi ha chiuso a 470 punti – al di là delle manovre correttive dei conti pubblici che si succedono, al punto che Mario Monti, intervistato dal Financial Times, ha chiesto a Bruxelles e a Berlino di fare di più. E la risposta all’appello di Monti potrebbe arrivare proprio dalla Bce, secondo un’analisi di Bnp Paribas. Spiega Paul Mortimer-Lee, capo dell’analisi economica dell’istituto francese, che per affrontare la crisi del debito italiano un intervento più ampio da parte di Mario Draghi potrebbe oggi incontrare “minori resistenze”, risparmiando tra l’altro insidiosi dibattiti nel Bundestag tedesco sull’ipotesi Eurobond. “Forse ci vorrà un’ondata di nuove tensioni nei mercati, ma il risultato più probabile potrebbe essere quello di avere acquisti di bond più massicci o un ‘quantitative easing’, un allentamento quantitativo sul modello della Fed, magari nel secondo trimestre”. Addirittura Monti, ipotizza il report di Bnp, potrebbe già essersi rivolto direttamente a Draghi per sollecitarlo su questo punto.
Non che finora Francoforte non abbia fatto nulla per il nostro paese: ieri infatti Maria Cannata, direttore generale del debito pubblico del ministero dell’Economia, ha spiegato che la Bce ha acquistato finora “un quantitativo cospicuo” di titoli di tutta l’Eurozona. La stessa Banca d’Italia però, pur riconoscendo nel suo Bollettino pubblicato ieri che “sulle scadenze più brevi i premi per il rischio sui titoli di stato sono fortemente diminuiti nelle ultime settimane, dopo l’avvio delle operazioni di rifinanziamento a tre anni da parte della Bce”, ha ricordato che in generale “i differenziali di rendimento dei titoli di stato dell’area dell’euro rispetto al Bund tedesco hanno raggiunto nuovi massimi, dall’introduzione dell’euro, in Grecia, Portogallo, Italia, Spagna, Belgio e Francia, nonostante gli ingenti acquisti di titoli di stato effettuati dalla Bce nell’ambito del Securities Markets Programme”. Per questo anche un economista molto ascoltato a Bruxelles come il francese Jean Pisani-Ferry, in uno studio pubblicato in queste ore dal Bruegel Institute, insiste sulla necessità di trasformare la Bce in un autentico prestatore di ultima istanza. Pisani-Ferry fa esplicito riferimento a un accordo vigente tra Fed e Tesoro statunitense, in base al quale tra gli obiettivi della Banca centrale ci sarebbe anche quello di mantenere stabili gli interessi da pagare sul debito governativo. Le restrizioni imposte da Berlino alla Bce l’hanno resa una “Banca centrale molto speciale”. Ma ora i mercati chiedono un po’ di sana normalità.